Sabato, 21 ottobre 2017 - ORE:16:01

“Cosa c’è per cena?”“Non lo so, accendi la tv!”


Smartwatch free

Ingredienti: un paio di fornelli e una conduttrice che sa a malapena come fare un uovo sodo.

Ecco la ricetta dei primi programmi di cucina che si potevano vedere in televisione fino a qualche anno fa. Bastava un visino simpatico (e se possibile vagamente paffutello), e il programma era fatto! Così accadeva alla fine degli anni ’60 con Wilma de Angelis e il suo “Telemenù”, o qualche decade dopo con Antonellina Clerici su Rai1 alla “Prova del Cuoco”.

Alla fine la Clerici è l’ultima della “vecchia scuola” a essere rimasta ancora in circolazione; in compenso sono spuntati chef e contro-chef nelle loro cucine ultra-moderne e super–attrezzate, oppure giovani, belle e magre casalinghe sui tacchi alti che si destreggiano, più o meno abilmente, fra pentole e padelle. Le cucine telvisive negli ultimi 5 anni si sono letteralmente moltiplicate, su ogni rete, complice sicuramente anche la moltitudine di programmi culinari giunti in Italia da oltreoceano.

Insomma è scattata la “cooking mania” nel Paese della buon mangiare mediterraneo, anche se con uno stile del tutto italiano, per fortuna!

Che gli americani abbiano una natura competitiva lo sappiamo già da tempo, ma che potessero portare questa tendenza anche nei loro programmi di cucina non ce lo aspettavamo proprio. “Hell’s kitchen”, “Top chef masters”, “I peggiori cuochi d’America”…. Programmi mortificanti per chi vi partecipa spingendolo a dichiarare guerra al loro compagno pur di vincere il tanto agognato premio. Una lotta all’ultimo sangue a colpi di soffritto e scarse imitazioni di piatti provenienti da tutto il mondo. Perché, è inutile negarlo, qui l’importante è la gara, la lotta, non mostrare ricette realizzabili a casa. Nonostante questo gli spettatori, a giudicare dal prolificare di certi format, si entusiasmano a guardare da casa originali versioni di caciucco, lasagne, ratatouille e simili.

Anche i film di animazione non hanno potuto fare a meno di essere contagiati dalla voglia di mettersi ai fornelli, ed ecco che la Disney Pixar ha creato lo chef più improbabile di tutti: il topo Remì, che con la sua bizzarra avventura ha insegnato a grandi e piccini che “tutti possono cucinare!”.

E sembra che sia proprio questo il principio che piace di più a noi europei: nessun terribile chef munito di frustino che insulta tutti i suoi sottoposti, nessun odio fra concorrenti… L’importante è partecipare e mostrare qualche ricetta per tutte le casalinghe a casa; non convincere i sadici a guardarci! Ecco così che nascono programmi come “Cuochi e fiamme”, una gara “soft” con tre giudici molto affabili e un vero cuoco a condire il tutto, “I menù di Benedetta”, con una Parodi che interpreta contemporaneamente il ruolo di mamma, alle prese con le varie richieste dei familiari, e di soubrette con tacchi alti e svolazzanti vestitini. Per non parlare poi delle mille e più rubriche culinarie di telegiornali e programmi pomeridiani vari, dove si pubblicizzano prodotti locali e si mostrano sofisticate ricette per gustarli nel modo migliore.

Il palinsesto delle numerose reti italiane è assai scarso (si sa) ma i programmi di cucina riscuotono comunque un discreto successo, tanto da convincere chi di dovere a investire su di loro e a spostarli nelle fasce orarie più seguite. Che tutta questa sovraesposizione possa improvvisamente farci passare la voglia di cucinare?



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